Giovedì 09 Feb

Il racconto dei pazienti: Debora e Francesca

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Debora e Francesca fanno parte dell’Associazione di persone con diabete di tipo 1 D-Project, costituitasi un anno fa presso il Centro di Diabetologia di Marino (Roma), con il preciso intento di formare i propri associati all’educazione e alla cura di altre persone con diabete.
In quest’ottica lo scorso maggio abbiamo realizzato con D-Project e i suoi membri un percorso di formazione volto a raccontare e condividere la propria storia con il diabete e a diventare successivamente volontari biografi in ascolto e raccolta delle storie altrui.

Quella che vi propongo in questo numero è la storia di Francesca, ascoltata e scritta da Debora.
Per ulteriori informazioni:
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Francesca è molto carina, è una bambolina: una miniatura con capelli lunghi castani e grandi occhi verdi su un fisico asciutto e proporzionato.
Quello che mi ha colpito di lei sono gli occhi: belli, grandi e intensi; sono profondi occhi che parlano.
Sono perle che rivelano tutto: basta guardarci dentro per capire il mare di emozioni che si agita all’interno!
Sono occhi anche attenti che ti scrutano, cercano in te quel qualcosa che le manca…

È grande la sua sofferenza, me ne sono accorta subito, appena ci siamo conosciute nell’ambito dell’incontro per la formazione dei volontari con diabete di tipo 1 che si è svolto a maggio.
È bastato sentirla parlare e raccontare parte della sua storia per capire che il diabete l’ha profondamente cambiata e quanto sia stata dura per lei raggiungere la serenità odierna.

Questa sua tremenda sofferenza mi ha toccato profondamente e ha fatto vibrare le corde della mia anima!
Mi sono sentita immensamente vicina a lei e ho sentito dentro di me che volevo esserle vicino, ascoltarla, cercare di restituirle un diverso sentire in un reciproco scambio di emozioni.

9 febbraio 2006.
Non potrò mai dimenticarlo: è l’inizio della fine. Un boato tremendo, un’esplosione mi lacera il cuore, mi prende fin dentro il più profondo dell’anima, una sola parola risuona nella mia testa come un’eco: diabete, diabete, diabete.

Erano giorni e giorni che avvertivo una strana sensazione, come se stesse per succedermi qualcosa.
Il mio corpo mi stava lanciando dei messaggi che non riuscivo a decifrare, una invincibile stanchezza si era impadronita di me: non riuscivo più a stare in piedi, facevo un’incredibile fatica.

Continuavo a dimagrire, mi guardavo allo specchio e mi rendevo conto che non ero più la stessa; era come se mi stessi liquefacendo.
Decisi di vederci chiaro e andai dal medico che, senza neanche visitarmi, mi prescrisse il Prozac diagnosticando una forte depressione.
Ero molto perplessa e non lo presi, non ero affatto depressa!
Col passare dei giorni stavo sempre peggio, le forze mi avevano completamente abbandonato, così mio padre vedendo la figlia ridotta in quello stato, decise di portarmi dal mio endocrinologo.

Gli bastò guardarmi spogliata per emettere quel terribile verdetto: “diabete”.

Dio mio, e adesso? Avevo 440 di glicemia e mi fecero subito l’insulina!
Ricordo ancora quella prima notte nel lettone dei miei genitori, stretta a mia madre in un abbraccio di amore ma anche di vera disperazione.
Quella fu una notte strana, non provavo alcun tipo di sensazione, ero appena tornata dal pronto soccorso dove mi avevano dato gocce di tranquillanti.

Una calma irreale mi avvolse e il buio della notte fece tacere qualsiasi tipo di emozione, tenendomi stretta in una nera profondità.
La mattina seguente fui ricoverata all’ospedale di Marino, tutto sommato ero felice che avessero fatto una diagnosi, dando così una risposta chiara a quell’insieme di disturbi che mi avevano afflitto negli ultimi tempi.  

Ignoravo cosa fosse il diabete e non potevo immaginare in che modo avrebbe sconvolto e condizionato la mia vita.

C’è una cosa che mi ha fatto stare malissimo: sentire mio padre urlare la sua disperazione per quello che mi era successo.
Ho sempre avuto con lui un rapporto bellissimo e un legame molto stretto e molto forte; essermi improvvisamente ammalata ha incrinato in quel momento l’armonia che c’era tra di noi.

Non mi sentivo più all’altezza delle sue aspettative, non ero più la figlia perfetta che aveva sempre avuto accanto.
La consapevolezza di averlo in qualche modo deluso e provocato in lui una così grossa sofferenza mi aveva proprio annientato.

Sicuramente il fatto che un membro di una famiglia si ammali porta uno sconvolgimento degli equilibri sui quali si fonda: soprattutto il dover fare i conti con una malattia cronica.

È proprio questo quello che spaventa di più e genera sofferenza, continui a pensare e a ripeterti che non potrai mai guarire!
I primi mesi passarono paradossalmente tranquilli, come in un limbo, in una situazione non esattamente definibile.

Vivevo nell’illusione di guarire, sognavo continuamente di tornare all’ospedale a ritirare la mia cartella e chiudere definitivamente con “quella storia”.
Fu solo più tardi che dovetti fare i conti con qualcosa di terribile che mai pensavo di dover affrontare nella vita: la depressione.

È il giorno del mio compleanno e in modo del tutto inaspettato esplode tutto il mio dolore: “Siete impazziti? Che cosa vogliamo festeggiare, la mia morte?”.
È così che comincia il mio viaggio interiore, raggiunto il buio più nero e profondo versavo in un totale stato di confusione e prostrazione.

L’unica frase che mi martellava continuamente nella testa era: “Perché proprio a me?”
Passai mesi interi a vagabondare, tornavo a casa soltanto di sera.

Vivevo in uno stato di ansia continuo, il mio incubo erano gli attacchi di panico: succede all’improvviso e nei momenti più impensati!

È il crollo, il diabete è una trappola, gli altri non esistono più, non voglio bene né a me stessa né agli altri: è la morte dell’anima!
Sono come un animale ferito e la mia tana diventa la casa di Emiliano, il mio compagno.
Cerco rifugio in lui e abbandono la casa dei miei genitori che ritengo incapaci di “trattare con una che ha bisogno di tutto” ma la realtà è che non voglio farli soffrire ancora.

  In questa situazione perdo anche la mia identità di donna, non riconosco più il mio essere femminile; soltanto il frequentare assiduamente una cara amica riesce a restituirmi quel genere di frivolezze perdute.
Passavo le ore a guardarla mentre si vestiva, si truccava, indossava gioielli: niente di tutto ciò mi apparteneva più. Chi ero io? Non lo sapevo più…

Ce la metto tutta per reagire rifiutando ogni tipo di medicinale ma, con l’aiuto della psicoterapia e di tutte le mie energie, gradualmente in un anno riesco a venire fuori da questo stato di atroce abbruttimento nel quale versavo.

Finalmente uno spiraglio di luce!!

Per tutti quelli che vivono una condizione di “non salute” credo che sia di fondamentale importanza non sentirsi soli e avere l’opportunità di scambiare momenti di vita ed esperienza comuni è una cosa davvero preziosa.
Sentire che c’è qualcuno come te, con i tuoi stessi problemi quotidiani, che vive la tua stessa condizione e quindi può capirti fino in fondo è… vita!!
Ti senti libero di parlare, esprimere le tue emozioni, mettere veramente a nudo il tuo io perché chi ti ascolta è qualcuno che vive come te!

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