Il racconto dei pazienti: la storia di Andrea
Scritto da Natalia Piana Giovedì 01 Maggio 2008 09:00
| Nel pieno dei miei 18 anni qualcosa di silenzioso ma carico di insidie mi colpì. In pochi attimi vidi la mia vita cambiare e di colpo fui pervaso da rabbia e senso di ingiustizia. Questo mi portò dritto in un tunnel di sofferenza e disagio che non mi permetteva di rivelare agli altri la mia malattia per la paura di sentirmi diverso e inferiore. Il costante timore che mi vedessero praticare l’iniezione di insulina mi spingeva a farlo nei posti più disparati dopo aver trovato mille giustificazioni per assentarmi. Ma la parte più difficile giungeva quando troncavo sul nascere delle possibili relazioni spinto dal forte desiderio di mantenere il mio segreto. Il primo contatto con Andrea è stato sulla scala della casa dove alloggiavano i partecipanti a Snowdiab 2008. Ragazzo maturo e introverso – in questo simile a me – era il più grande del gruppo: l’ho osservato attentamente nei momenti di comunità e si percepiva la presenza di una situazione di sofferenza unitamente, però, a un grande equilibrio e controllo. Devo dire che all’inizio la strada per cercare una via d’uscita mi sembrava irrealizzabile. Poi un po’ alla volta, nella mia sfrenata passione per lo sport e nelle imprese compiute da atleti diabetici, trovavo la forza per continuare che aumentava nelle vittorie sportive dove mi sentivo normale e a volte superiore. L’esperienza vissuta allo Snowdiab mi ha portato alla completa maturazione. Ho avuto la fortuna di essere scelto come interlocutore quando ha deciso di aprire il suo cuore, di liberare i suoi pensieri, di condividere con altri le sue emozioni, paure, insicurezze. Qualche giorno, immerso nelle montagne innevate, a praticare sport assieme a ragazzi diabetici e a una fantastica equipe, mi ha permesso di confrontarmi e successivamente di raccontar loro il mio doloroso vissuto. Lo ha fatto una sera, finito l’incontro che giornalmente prima di cena avveniva con tutti i partecipanti al camp. |
Parto in quarta facendogli presente che non è possibile pensare di tenerla nascosta, non c’è nulla di cui vergognarsi, non è giusto né utile non rivelarlo, almeno alle persone che più frequentiamo per amicizia o per lavoro, che potrebbero anche salvarti la vita in caso di grave ipoglicemia.
Gli chiedo, forse un pò brutalmente, che valore dà all’amicizia se non condivide anche questo con le persone che più gli stanno vicine: “Che amico sei se tieni per te questa cosa? Come ti sentiresti tu se fosse il tuo amico a nascondertela?”. Andrea riflette e alla fine mi dà ragione. Gli dico anche che può essere difficile parlarne, ma non è necessario sbandierarlo a tutti: basta iniziare con le persone più vicine, il resto viene da solo. Andrea si mette a piangere e io sono imbarazzato: sono tentato di abbracciarlo ma non lo conosco ancora bene, non so se gli farebbe piacere. Sono passati alcuni giorni dalla fine del campo quando trovo questa mail sul mio pc: Ciao Paolo sono Andrea, queste poche parole che ti sto per scrivere mi colmano di felicità, forse potevo scriverle molto prima ma solo adesso è venuto il tempo per farlo. Beh, non posso descrivere l’emozione che questo messaggio mi ha dato. Sono veramente commosso ed onorato del fatto che Andrea abbia deciso di confidarsi con me e felice di aver potuto avere un ruolo in questa crescita di Andrea e nella sua apertura al mondo esterno. Ora che ho trovato la via mi attende ancora un cammino molto erto, ma sono sicuro che senza il timore di sentirmi diverso potrò percorrerlo più agevolmente. |

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