Le persone si raccontano - luglio 2011
Scritto da Natalia Piana Venerdì 08 Luglio 2011 11:24
|
Nel 2009 un gruppo di giovani adulti con diabete tipo 1 dell’Associazione D-Project dei Castelli Romani, si ritrova a Civitella D’Arna (PG) per cominciare a raccontare una storia. È la storia di tante vite attraversate dalla malattia, il diabete, e del cambiamento che questo impone nella traiettoria di ciascuna di loro. È la storia della paura, dell’incredulità, del dolore. Ma anche del coraggio, della forza, della volontà di vivere con, nonostante, oltre il diabete. A Civitella D’Arna sono nate sette autobiografie, quelle di Simona, Francesca, Debora, Cristina, Marco, Fabio e Stefano (consultabili sul sito di D-Project). Storie per elaborare la sofferenza, per lasciare nella parola scritta il ricordo che ora fa meno male, per condividere con altri perché possano riconoscersi, ritrovarsi, sentirsi meno soli.
La lettera scelta per questo numero dedicato a diabete e gravidanza, è quella che Debora ha scritto a suo figlio Davide in chiusura della sua storia. A mio figlio Caro Davide, mi sono svegliata stamattina con il desiderio di scriverti per raccontarti che cosa significhi per me. Sei un sogno che si è avverato, un desiderio fortissimo che non pensavo di poter realizzare perché ormai non ero più sana, avevo il diabete. Mi ero convinta che assolutamente non avrei potuto, e soprattutto non avrei dovuto mettere al mondo un figlio! Mi ero convinta che l’aveva avuto mia madre, ora io, e sicuramente l’avresti avuto anche tu. Come potevo pensare di infliggere al mio bambino la croce del diabete, di costringerlo a fare un percorso di vita così particolare? Mi tormentavo tra il desiderio fortissimo di avere un figlio dall’uomo che amavo e la paura altrettanto forte che quello che pensavo potesse succedere: un figlio con il diabete non l’avrei voluto né per lui, né per me. Poi i miei medici continuavano a suggerirmi che la mia glicata era ottima e quale momento migliore per avere un figlio? Eh sì, la gravidanza di una donna diabetica va programmata per evitare malformazioni al nascituro. Ma io non mi convincevo… anche se la mia dottoressa mi ripeteva che era un peccato, che io stavo bene e i rischi di ereditarietà erano bassi. All’improvviso, senza programmazioni, hai deciso di arrivare. E allora tutto si mise in moto e cambiò… che succedeva adesso? Dovevo lasciare il mio medico per farmi seguire da una diabetologa che lavorava insieme a una ginecologa che ormai è rimasta la mia. Il primo impatto fu tremendo, un vero binomio di severità e antipatia, molte pazienti in attesa fuori dall’ambulatorio erano terrorizzate; avrei voluto scappare… non so perché io e tuo papà riuscimmo a entrare in sintonia con loro; io ero considerata una bravissima paziente e poi ero sempre stata seguita molto bene dalla mia dottoressa. Nacque veramente un bel rapporto e questo facilitò l’impegno e la costanza con cui avrei dovuto fare i conti per nove mesi: 4 iniezioni di insulina al giorno, glicemie continue, anche di notte, e poi visite frequentissime dall’equipe diabetologo-ginecologo, tante ecografie, “mamma mia” pensavo, “che stress!” |
E invece la gioia di averti era così grande che rispettare tutti questi impegni e mantenere un perfetto equilibrio glicemico fu una passeggiata. I problemi li ebbi per altri motivi: avevi fretta di nascere già alla ventiquattresima settimana e così mi misero a letto, ma alla trentaduesima finii al Policlinico dove sono stata 40 giorni.
Insomma il 26 aprile del 2001 sei comparso nella mia vita, in anticipo di un mese, dopo aver dato battaglia contro un parto cesareo che sembrava obbligatorio per le diabetiche. Ho combattuto e ho vinto la battaglia: io volevo vivere la tua nascita e ho ottenuto di partorire spontaneamente. Sei nato alle 5.10 e nonostante le sofferenze, quando ho visto che eri sano, non avevi malformazioni, non eri diabetico, eri bellissimo, ho pensato che avevo raggiunto il mio traguardo nonostante il diabete. Ce l’avevo fatta! Ero felice e serena, ma quando siamo tornati a casa, ho cominciato a pensare che non ero una mamma come tutte le altre: ero diabetica e questo faceva la differenza! Quante volte ho sofferto per averti dovuto improvvisamente lasciare nella carrozzina perché mi sentivo male: maledetta ipoglicemia, io a sudare e tremare e tu a piangere incessantemente. Mi assaliva una grande tristezza ma poi passava e potevo coccolarti come prima. Sì, ce la potevo fare. Quello che più mi è dispiaciuto è che presto hai dovuto confrontarti con la realtà di una mamma diversa… Eri molto sveglio e intelligente, hai parlato presto e da attento osservatore già a due anni o poco più hai cominciato a chiedermi perché facevo tutte quelle punture e io te l’ho spiegato. Tu hai capito perfettamente il meccanismo del diabete e un giorno a tre anni mi hai lasciato di stucco: camminavamo insieme per andare ai giardinetti e io avvertivo i sintomi dell’ipoglicemia, tu sei corso al bar chiedendo acqua e zucchero per la mamma che stava male! Mi fece soffrire molto l’idea che tu, così piccolo, ti sentissi già investito di una responsabilità più grande di te. Hai dovuto affrontare il mio ricovero in ospedale poco tempo dopo e ho visto la tua sofferenza di bimbo. È stato molto doloroso. Insomma ero e sono una mamma “precaria” e ogni tanto leggo la preoccupazione nei tuoi occhi quando capisci, ora di più, che non mi sento bene. Voglio dirti che mi dispiace tutto questo ma voglio anche dirti che sei il regalo più grande e meraviglioso che la vita mi ha fatto! Sei la mia forza, la mia vita, quello che mi spinge ogni giorno a combattere contro qualunque cosa cerchi di abbattermi; sei il motore della mia energia vitale, la mia anima. Voglio dirti di non preoccuparti: ho il diabete, sì, ma ho già vinto la mia battaglia. Non può farmi soccombere, mi accompagna, è vero, ma è dietro di noi! Ti amo. Mamma |

Rubriche 


Commenti
Non c'è nessun interesse nel censurare le perplessità di alcuni, visto che sono tali solo per alcuni.
Cordialmente.
RSS feed dei commenti di questo post.