Le persone si raccontano
Scritto da Natalia Piana Lunedì 20 Dicembre 2010 15:45
|
Ho conosciuto Luciano durante il coast-to-coast 2010. Una camminata di 380 km in 13 giorni da mare a mare. Da Ancona a Talamone. Con persone con problemi di diabete e/o obesità. Avvicinarsi a Luciano è stato come il viaggio che abbiamo compiuto, un passo dopo l’altro, in attesa, ascolto, comprensione di ciò che il paesaggio intorno - e l’essere umano nelle sue pieghe - volevano raccontarci e mostrarci di sé. Un viaggio di scoperta e arricchimento. Un viaggio della mente e del cuore. Un viaggio di incontro e avvicinamento all’altro. Di amicizia. Ho chiesto a Luciano - napoletano di 53 anni verace e travolgente come la terra da cui proviene - di raccontarci la sua storia legata al diabete, il significato di un percorso di cura che si fa consapevole e si mette in cammino per aprirsi al cambiamento. Per cambiare un’abitudine, che così è definita perché è ripetitivamente ripetuta e ripetitiva, deve accadere nella nostra testa qualcosa di epocale.
I cambiamenti sono fondamentali nel caso di malattie invalidanti come il diabete. Ma anche difficili da percepire perché il diabete è la malattia del rinvio, del “…DA DOMANI”. Da domani inizio la dieta… Da domani vado in palestra… Da domani mangio meno dolci… Da domani non uso più zucchero… Da domani vado a piedi in ufficio… Da domani … Affidiamo tutto alla medicina, al medicinale, al prodotto che dovrebbe renderci la vita uguale a prima. Ed è forse l’immediato utilizzo del medicinale che rende il diabete meno percepibile. Prendi la pillolina e lo zucchero va giù. Prendi l’insulina e la glicemia non schizza più. Ed è sbagliato. Ci permette di non affrontare il problema e rinviarlo a domani, senza comprendere che il domani è in questo caso, dire mai. Allora è necessario cambiare da domani in ora, mò mò, subito. Rimboccarsi le “maniche mentali” e iniziare da piccole cose che possono produrre immediati cambiamenti può alla fine avere l’effetto valanga. Io ho iniziato grazie al mio diabetologo, che mi ha fatto capire, piano piano, l’importanza del cambiamento, rispetto all’uso della medicina. Il cambiamento dello stile di vita come primo medicamento. Abbiamo lavorato sul dimagrimento e sull’introduzione di vera attività fisica. L’inizio è drammatico perché il risultato di ciò che siamo è qualcosa di costruito in anni, decenni di utilizzi e usi errati. Per riparare sarebbe necessario un tempo uguale. Ma non è possibile. E allora soffriamo perché se per un mese ci sottoponiamo a qualche sacrificio, vorremmo che la “mamma vita” ci ripagasse immediatamente con un ritorno a ciò che vogliamo. La famosa dieta della bacchetta magica. Ma di magico nella vita c’è solo il lento crescere delle cose che seminiamo. È per questo che io e il mio medico abbiamo stabilito degli obiettivi lontani, quasi alla fine a confondere obiettivi con normalità. Ma non era ancora sufficiente. Abbiamo iniziato con la ripresa dell’attività fisica in un corpo che oramai 95enne (nel senso di chili), era divenuto rigido e con problemi muscolari e ossei da 90enne (nel senso di età). E allora per dare un segnale importante e per far capire a cellule, cervello e cuore che le cose dovevano cambiare, ho iniziato a camminare. Lunghe camminate. Chilometriche. |
E dopo la preparazione di un mese, a giugno del 2009 sono partito per Pamplona, diretto a Santiago de Compostela. Da solo. 440 chilometri in 18 giorni effettivi. Ma era solo l’inizio, perché la sera finito di camminare, mangiavo, mangiavo, mangiavo. Ma Santiago è stato l’inizio. Per riprendere fiducia in me stesso.
|

Rubriche 

