Lunedì 06 Set

L’autocontrollo glicemico

Scritto da Rosangela Ghidelli Sabato 20 Settembre 2008 00:00
Attenzione: apre in una nuova finestra. StampaE-mail

Alla base del diabete sta l’alterazione di uno dei tanti meccanismi di controllo omeostatici che rendono possibile la vita: il controllo della glicemia.

L’autocontrollo è la possibilità tecnica di misurare, al di fuori dell’ambiente ospedaliero, la glicemia utilizzando appositi strumenti chiamati glucometri.

Questi strumenti permettono alla persona con diabete, al medico e agli operatori di creare le condizioni per una più efficace terapia e un miglioramento della qualità della vita. Il grande cambiamento che ha rivoluzionato la cura del diabete è avvenuto alla fine degli anni ‘70 con lo sviluppo di tecniche pratiche e affidabili per la misura della glicemia capillare.

Il primo prodotto in commercio consisteva in una striscia reattiva che cambiava colore in proporzione alla reazione fra glucosi o nel sangue e la glucosio-ossidasi presente sulla striscia.

La striscia doveva essere lavata e il colore poteva essere confrontato con una scala colorimetrica.

Poi venne prodotto e diffuso un lettore elettronico che effettuava una lettura colorimetrica strumentale: pesava circa 1 kg e andava collegato alla rete elettrica.

Oggi si utilizzano piccoli strumenti elettronici portatili, facili da usare, per misurare la glicemia in qualunque momento della giornata utilizzando il sangue capillare.

Sempre più pratico (grazie alla riduzione delle dimensioni degli apparecchi, del volume di sangue e dei tempi richiesti), sempre più affidabile

(grazie alla riduzione delle variabili legate all’operatore), sempre più comunicabile (grazie alle memorie dei lettori che registrano un elevato numero di misurazioni con data e ora) consente di trasferire i dati per via elettronica.

L’autocontrollo permette al medico e all’infermiere di stabilire obiettivi clinici come i livelli glicemici da raggiungere e mantenere; fornire raccomandazioni per la terapia; valutare l’efficacia della terapia impiegata e l’impatto delle abitudini alimentari sul compenso glicemico; istruire la persona con diabete a interpretare i valori glicemici e intervenire per modificarli sia in condizioni ordinarie sia in condizioni particolari; modificare il piano terapeutico in rapporto a variazioni dell’attività fisica o in rapporto a particolari esigenze; identificare l’ipoglicemia “silente” o non avvertita e pianificare le strategie per il suo riconoscimento e l’intervento; ma soprattutto è importante perché può impostare una relazione terapeutica efficace accordandosi tra i bisogni della cura e quelli della persona e identificando obiettivi semplici e accessibili che aiutano nella risoluzione dei problemi.

Questo permette alla persona con diabete di effettuare modificazioni dell’alimentazione e dell’attività fisica con appropriate variazioni della terapia; identificare e trattare le urgenze; prevenire e/o controllare episodi di scompenso; gestire efficacemente situazioni a rischio; correggere in tempo reale eventuali errori e soprattutto gestire la terapia con appropriatezza.

Gli permette di capire perché sta male, rendersi conto di come va il controllo, imparare ad aggiustare il tiro e sentirsi libero di agire.

 

 

Pagina 7 di 8