Giovedì 09 Feb

Autocontrollo e terapia insulinica: in comune un ago

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Daniel Goleman nel 1999 ha scritto: “Nel mondo del malato, le emozioni regnano sovrane; la paura è lì, a un passo” ed è vero se guardiamo l’espressione dei nostri pazienti cui vengono proposti la terapia insulinica e l’autocontrollo. Spesso è la paura dell’ago e del dolore che si può provare con l’iniezione o con la puntura del polpastrello a creare una barriera e a impedire alla persona di seguire le nostre indicazioni terapeutiche.

L’iniezione di insulina e il monitoraggio della glicemia capillare, infatti, sono da ripetersi più volte al giorno, sia nel caso di diabete tipo 1 che nel diabete tipo 2.

Le siringhe da insulina, che devono però sempre essere presenti, vengono sempre di più sostituite con le penne e relativi aghi, molto più comodi e maneggevoli da utilizzare e che soprattutto rappresentano strumenti utilissimi e che migliorano la qualità di vita.

L’insulina deve essere iniettata nel tessuto adiposo sottocutaneo, evitando che penetri nel muscolo o nel derma.
L’iniezione di insulina intramuscolare ha un assorbimento molto più veloce e può causare ipoglicemie inaspettate. Ciò che permette di inserire l’insulina nel giusto strato tissutale, è la lunghezza dell’ago.
Per questo motivo sono disponibili quattro diverse lunghezze: 5 mm - 6 mm - 8 mm - 12,7 mm.

I siti di iniezione sono: l’addome eccetto l’area circostante l’ombelico, la parte anteriore e laterale delle cosce, i glutei e da ultimo la parte superiore esterna delle braccia, da utilizzare come ultima scelta.
La scelta della zona dove somministrare l’insulina è molto importante perché ogni persona ha uno strato sottocutaneo diverso e diversa attività giornaliera.

L’area ideale è l’addome, dove il grasso sottocutaneo è distribuito in modo più omogeneo e dove la densità dei recettori nervosi è ridotta.
Molte persone dichiarano di non avvertire la puntura in quella sede!
Ricordiamo inoltre come sia importante variare sempre il sito di iniezione.

Un altro ostacolo da far superare ai pazienti è quello della puntura del polpastrello per effettuare l’autocontrollo domiciliare della glicemia capillare.
In questi casi è opportuno spiegare molto bene la tecnica, far provare e riprovare i passaggi dell’autocontrollo e insieme scegliere l’ago più idoneo e più accettato.
Minore è la grandezza, più fine è l’ago e minore è il disagio che si prova facendosi la puntura.
Il diametro, come per il pungidito, si misura in G (gauge).

Gli aghi hanno caratteristiche importanti come la triplice affilatura, il trattamento anti-attrito, le pareti ultrasottili per permettere una maggiore capacità di penetrazione e ridurre al minimo il dolore. Sono sterili, apirogeni e atossici.

È fondamentale ricordare che gli aghi devono essere utilizzati una sola volta e devono essere eliminati dopo ogni utilizzo, avendo cura di gettarli in contenitori chiusi e rigidi, in modo da evitare incidenti e punture accidentali.

Il pungidito va presentato con tutte le positività che oggi ha acquisito.
Piccolo, ergonomico, permette di regolare la profondità di penetrazione dell’ago a seconda del tipo di pelle e, oltre alla particolare affilatura, la lancetta è rivestita da uno speciale film di silicone che facilita e attenua il dolore della penetrazione dell’ago, che varia in un range che va da 0,70 a 2,20 mm.
In alcuni strumenti un particolare meccanismo permette il regolare e costante movimento della lancetta sia in fase di penetrazione che di retrazione, evitando scuotimenti laterali che possono causare piccole lacerazioni della pelle che provocano quella fastidiosa sensazione di dolore dopo la puntura.
Questi aghi sono stati sistematicamente migliorati per ridurre sempre più la sensazione del dolore della puntura del dito e oggi il diametro minimo è di 28 G.

Gli aghi sono sterilizzati con raggi gamma, sono monouso quindi devono essere cambiati ogni volta che si misura la glicemia.
Presentando in modo positivo gli strumenti, favoriamo una maggiore e migliore attenzione verso i problemi di salute e un maggior controllo delle emozioni, anche quelle dolorose.

Le persone con diabete devono essere aiutate a modificare il proprio modo di essere, sfruttando al massimo le loro conoscenze ed esperienze, rispondendo positivamente alle difficoltà che incontrano, portandoli all’autostima e facendo accettare i propri limiti, e aiutandoli a controllare le proprie emozioni, anche quelle dolorose e a cercare le possibili soluzioni.

“Prima di parlare della tecnica dell’iniezione, abbiamo parlato della sua vita quotidiana, di come passa il tempo.
Lentamente eravamo entrate in sintonia. Dopo un primo tentennamento sono riuscita a metterle in mano la siringa e a fare le prove”.
Questa è una piccola esperienza di un’infermiera, e del suo approccio con la paziente, per portarla all’inizio del cammino verso la terapia insulinica.

Il non lasciarli mai soli, ascoltarli e dare loro un supporto, li aiuta a essere meno pessimisti, ma soprattutto a renderli protagonisti nella gestione della loro malattia.

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