Giovedì 09 Feb

Le incretine: una nuova classe di farmaci per il diabete di tipo 2

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Il diabete mellito di tipo 2 è la forma di diabete di gran lunga più comune ed è in forte aumento a causa dei ridotti livelli di attività fisica e di un’alimentazione eccessiva rispetto ai consumi energetici.

La comparsa clinica di questo tipo di diabete è preceduta da un lungo periodo di uno stato di pre-diabete, caratterizzato da una minore capacità dell’insulina a promuovere l’utilizzazione degli zuccheri da parte dell’organismo che ha un eccesso di scorte energetiche sotto forma di grasso. Quando la glicemia a digiuno supera il valore di 126 mg% si può fare la diagnosi clinica di diabete di tipo 2.

All’inizio si osserva una buona risposta alla dieta e all’attività fisica, per cui uno stile di vita attento consente un deciso miglioramento delle glicemie, fino anche alla normalizzazione.

Molto spesso, purtroppo, le persone con questo tipo di diabete riescono solo in modo transitorio a contrastare la sedentarietà e le tentazioni alimentari e nella storia naturale del diabete di tipo 2 si va incontro a un progressivo peggioramento.

Nel giro di 10-20 anni vengono utilizzati una serie di farmaci antidiabetici, cominciando con la terapia orale per finire nei casi più resistenti alla terapia insulinica.

La prospettiva di doversi curare con l’insulina, per il fatto che richiede le iniezioni sottocutanee, è vissuta con angoscia da parte di tante persone e per questo l’aspettativa di nuove possibilità di cura del diabete di tipo 2 è sempre alta.

Da alcuni mesi abbiamo a disposizione una promettente nuova classe di farmaci: le incretine o incretinomimetici.

Già da diversi anni era stato dimostrato che la risposta dell’insulina alla stessa quantità di zucchero è due, tre volte più alta se il glucosio viene assunto per bocca rispetto alla somministrazione endovenosa.

Ciò ha fatto pensare alla presenza di sostanze prodotte dall’intestino in grado di stimolare le cellule beta-pancreatiche che rilasciano l’insulina.

Sono stati identificati due enteroormoni il GLP-1 e il GIP, uno prodotto dalle cellule dell’ileo e l’altro da quelle del digiuno, che hanno questa capacità.

In particolare, il GLP-1, abbreviazione dell’inglese “glucagon-like peptide”, esercita una serie di azioni fisiologiche utili per chi ha il diabete di tipo 2.

Il GLP-1 stimola la secrezione di insulina ma solo se la glicemia è alta e questo evita il rischio di ipoglicemia.
Inoltre, studi nell’animale da esperimento dimostrano che il GLP-1 previene la morte delle cellule betapancreatiche, un processo lento e costante nella storia naturale del diabete di tipo 2.

Altri effetti utili riguardano il rallentamento dello svuotamento gastrico che, combinato con un effetto diretto sul sistema nervoso centrale, induce il senso di sazietà e favorisce la perdita di peso e la riduzione della produzione da parte delle cellule alfa-pancreatiche del glucagone, un ormone che contrasta l’insulina.

È evidente che le potenzialità terapeutiche del GLP-1 sono ottime; tuttavia esiste un problema al suo utilizzo pratico.

Nell’organismo il GLP-1 viene rapidamente degradato da una serie di enzimi (proteasi) che sono indicati con l’abbreviazione DPP-IV.
Ciò significa che per essere efficace il GLP-1 dovrebbe essere somministrato continuamente per via endovenosa.

La ricerca farmacologica è riuscita a superare questo ostacolo pratico con tre diverse strategie.
La prima riguarda la scoperta di una sostanza, estratta dalla saliva di una lucertola, l’exenatide, che ha un’azione simile al GLP-1 e che richiede la somministrazione per via iniettiva sottocutanea a intervalli di 12 ore.

La seconda strategia è stata la sintesi di un analogo del GLP-1, la liraglutide, che viene degradato molto lentamente e consente di mantenere gli effetti dell’ormone naturale grazie alla somministrazione per via iniettiva sottocutanea ogni 24 ore.
Attualmente sono allo studio sia per exenatide che per liraglutide delle formulazioni ritardo che potrebbero allungare notevolmente l’intervallo tra le iniezioni, ad esempio una alla settimana.

La terza strategia farmacologica si è concentrata sulla ricerca di sostanze in grado di inibire le DPP-IV che prevengono la degradazione del GLP-1. Sono già in commercio (sitagliptin, vildagliptin) e in corso di sperimentazione una serie di questi farmaci che, rispetto agli analoghi del GLP-1, hanno il pregio di poter essere assunti per bocca ma non dimostrano gli effetti di riduzione del peso corporeo.

Gli incretino-mimetici (sia gli analoghi del GLP-1 che gli inibitori del DPP-IV) sono farmaci efficaci per il controllo glicemico e in media riducono i valori di emoglobina glicosilata di 0,6-0,9%.

Attualmente sono prescritti in associazione con altri antidiabetici orali ed è richiesta la registrazione dei pazienti nel registro elettronico nazionale dell’Agenzia Italiana del Farmaco al fine di monitorarne gli effetti collaterali.

Questi sono fortunatamente poco rilevanti e riguardano soprattutto la nausea, più frequente con la somministrazione di exenatide a dosaggio elevato.

Con le incretine si apre una nuova frontiera per la terapia del diabete di tipo 2 che ha l’interessante potenzialità di preservare il patrimonio di cellule beta-pancreatiche e che consente di evitare le ipoglicemie.

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