Mercoledì 08 Feb

I tiri liberi. La storia di Gianluca

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Cari lettori, la storia che leggerete è stata scritta con il contributo di Gianluca.
Gianluca è un ragazzo con diabete di tipo 1, ora padre di famiglia, che ho conosciuto diversi anni or sono.
La storia è ricca di episodi che ci aiutano a comprendere cosa significhi vivere con il diabete.
È una testimonianza asciutta, senza fronzoli né piagnistei, dove non manca anche l’umorismo.
C’è qualche episodio di ottusa ostilità, che Gianluca ha saputo affrontare con dribbling favolosi.
È confortante constatare che prevale l’affettuosa solidarietà e la capacità di voler affrontare la vita in modo autentico e con entusiasmo.
Questo incontro, come altri avvenuti con altre persone con diabete, mi ha offerto l’opportunità di comprendere e riflettere su cosa significhi vivere con una malattia cronica.
La condivisione e il continuo confronto sono stati elementi imprescindibili del percorso formativo ed educativo.
L’ascolto, autentico, e il reciproco rispetto hanno permesso di individuare le soluzioni migliori per poter affrontare la quotidianità e vivere con il diabete.
Sulla base di questi presupposti abbiamo deciso di narrare la storia…
Aspettavo il mio turno per provare i tiri liberi… mancava poco… ma non mi reggevo in piedi, le gambe mi cedevano.
La maestra e l’istruttore controllavano la situazione, era evidente che non mi sentivo bene, ma facevano finta di niente, anzi, l’insegnate mi guardava con sguardo interrogatorio come a dirmi: Sei tu che devi parlare!

Ancora qualche minuto ed era il mio turno, ma non mi reggevo in piedi così mi “arresi”, uscii dalla fila e alzai la mano, dissi che non mi sentivo bene…
Chiesi se potevo mangiare qualcosa.
Era la prima volta che capitava, solitamente aspettavo che gli altri se ne accorgessero.
Ho un ricordo molto preciso, facevo la quinta elementare, da quel giorno, se mi capitava di star male smisi di aver paura di “parlare”.

Mi chiamo Gianluca, sono nato nel 1974 e nel 1977 mi è stato diagnosticato il diabete. Praticamente il diabete è cresciuto con me.

Ricordo che una volta al mese si andava in ospedale a fare il prelievo, mi accompagnava mio padre e seguivamo un rituale ben preciso: il prelievo, poi colazione al bar con latte caldo e un panino, quindi i risultati degli esami appena svolti a cui seguiva la visita.

In questi anni il controllo del diabete si è modificato e anche le procedure sono cambiate.
Ho avuto un’infanzia che reputo normale: la scuola, le gite, gli amici, ho vissuto tutto come tutti i ragazzi della mia età.
Nessuno mi aveva mai fatto “pesare” la questione diabete, molti erano curiosi perché dovevo fare le punture, si scherzava, ma il tutto avveniva nella completa normalità.

Arrivò il giorno della chiamata per la visita militare.
Sapevo che non potevo fare il militare, ma la visita era d’obbligo.
Appena arrivai al distretto feci presente all’appuntato che ero “diabetico”, quindi se si potevano “sbrigare” le pratiche in modo diverso, tanto l’esito si conosceva.
Mi fu detto che dovevo seguire le normali procedure.
Ci fecero fare un test psicoattitudinale.

Successivamente arrivò un paracadutista, a vederlo sembrava la versione italiana di “Rambo”.
Iniziò a parlare descrivendo i vari corpi militari, di quanto era duro, rischioso, ecc.
Pensai che mi sarebbe piaciuto diventare un parà ma al contempo immaginavo che sarei stato scartato.

Infatti quando arrivai a consegnare il foglio il parà mi disse: Cos’hai in mano, risposi: La cartella clinica.
Mi guardò sconsolato ed esclamò: Ma dove vuoi andare… e mi spedirono all’ospedale militare per gli accertamenti.

All’ospedale, oltre il prelievo del sangue, dovetti fare anche l’esame delle urine.
Un militare mi portò in bagno dove sopra l’orinatoio vi era uno specchio e lui era dietro a “controllare” che non facessi scherzi.
Purtroppo non riuscivo ad urinare, dopo 2 minuti mi disse: Se per le dieci non la fai… torna domani.
Non avevo alcuna intenzione di trascorrere un altro giorno in quel luogo così iniziai a mangiare caramelle e dopo un’ora tornai con la provetta riempita di urina; nel frattempo pensai che avrebbero trovato molto zucchero…
Quando arrivarono i risultati mi dissero che non potevo svolgere la vita militare tantomeno il paracadutista.

Dopo questa esperienza quali altre situazioni ricordi?

Il primo “muro” da superare è stato il problema della patente.
Mi ero presentato alla scuola guida per sottopormi alla visita medica come tutti gli altri ragazzi, ma quando è arrivato il mio turno mi è stato detto che dovevo fare la visita alla commissione regionale… e che cosa era?

Lo scoprii dieci giorni dopo, quando riuscii a capire dove dovevo andare.
Quella mattina avevo circa dieci persone davanti a me.
I ragazzi presenti erano tre: io, uno che aveva avuto un incidente e un altro che aveva “problemi di cuore”, ma non legati alla ragazza.
Le altre persone superavano abbondantemente i cinquant’anni e avevano “problemi” ben diversi dal diabete.

Venne il mio turno, dopo la visita mi fecero aspettare fuori, ero agitatissimo, non riuscivo a calmarmi… avevo paura.
Alla fine uscì il medico e mi consegnò un documento. Ottenni la patente per cinque anni.

Terminata la scuola come hai affrontato il mondo del lavoro?

Una volta diplomato iniziai a cercare un lavoro.
Il mio primo colloquio fu presso un’azienda che realizzava apparecchiature elettriche.
Ricordo che quel giorno ero tornato dalle vacanze e arrivò la telefonata: fui invitato a presentarmi a un colloquio.
Ero inesperto, accettai immediatamente e senza cambiarmi, con canottiera e pantaloncini, andai al colloquio.
L’esito fu negativo. Seguirono vari colloqui.
In particolare ne svolsi uno presso un’importante società di domotica a Torino.

Tutto questo accadeva nella metà degli anni novanta.
Cercavano un operaio tecnico che avrebbe dovuto specializzarsi ulteriormente e diventare un istruttore, così da poter spostarsi e viaggiare nel territorio italiano.
Risposi che non vi erano problemi.
Informai del mio stato di salute e dissi che ero diabetico.
Bene, il colloquio prese un’altra piega.
L’interlocutore sostenne che non potevo prendere l’aereo e mi liquidò.

Questo colloquio mi colpì molto e mi resi conto che esisteva l’ignoranza, ovvero l’incapacità di capire e soprattutto ascoltare.
Feci molti altri colloqui, ma l’esito non fu diverso.
Avevo la percezione che mi stesse crollando il mondo addosso.

Per una intera vita avevo vissuto con il diabete e non mi ero accorto di nulla; al contrario nel corso di questi colloqui sembrava che esistesse solo il diabete.
Tutto il resto, le mie capacità, i titoli di studio, non servivano più.
Ero talmente arrabbiato che ai colloqui, quasi per sfida, affermavo di essere diabetico e lo dicevo con orgoglio, ma l’esito era sempre lo stesso.

Un giorno andai all’ennesimo colloquio, avevo superato i test preliminari, sembrava che tutto procedesse al meglio.
L’appuntamento per il colloquio era con il responsabile del personale. Entrai nell’ufficio e mi trovai di fronte due persone gentili e amichevoli, un atteggiamento che sino ad allora non avevo ancora incontrato.
Il colloquio non fu brillante, ma quello che mi colpì fu che nel momento in cui dissi: Per correttezza vi informo che ho il diabete… se questo non vi crea problemi… le due persone si guardarono, uno si girò e mi rispose … E per lei… questo è un problema? Non riuscii a profferire alcuna parola.

Nel frattempo facevo molto sport, giocavo a calcio, andavo in bici, palestra, cercavo di annegare i pensieri nello sport.

Finalmente nel 1995 arrivò il mio momento, tramite conoscenti, e questo non è motivo d’orgoglio per me, trovai un posto di lavoro.
Cablavo quadri elettrici in un piccolo laboratorio. Ormai avevo raggiunto il traguardo, ero contento.
Il titolare era un ex professore, bravissima persona, con aria severa, ma molto gentile e comprensivo.
Ogni tanto mi faceva qualche domanda sul diabete, ma nulla di più.

Dopo aver raggiunto questo traguardo cosa si modificò nella tua vita?

Iniziai a viaggiare con due carissimi amici, Andrea e Lino. Copenhagen, Oslo, Stoccolma, Praga, Parigi, ogni anno una meta nuova. Ogni viaggio era un’avventura! Nel frattempo cambiai lavoro, facevo il “tecnico dei computer” presso una software house.

Trascorrevo le giornate ad aggiustare computer. Era un bel lavoro, mi piaceva, ero proprio felice.
Un giorno, a un controllo dall’oculista, mi riscontrarono dei microaneurismi …pensai: …cosa sono? mai sentiti, ma non lo dissi.
Al momento di salutare il medico, gli porsi la mano, lui la strinse e scuotendo la testa disse: Poverino… così giovane… Questa frase ebbe un impatto forte e mi spaventò non poco.

Iniziai a pensare che potevo perdere la vista da un momento all’altro.
Così contattai subito il mio diabetologo e chiesi spiegazioni in merito. Quando riuscii a parlare con lui, mi tranquillizzò e mi spiegò il problema…
Nel 2001 ho incontrato la mia futura moglie. Lei non parlava italiano, io non parlavo la sua lingua, così comunicavamo con il dizionario. Complicato… ma efficace. Nel conoscerci ci siamo imbattuti nel discorso “diabete”, lei non lo conosceva bene, ma non era spaventata… era piuttosto curiosa, infatti qualche anno più tardi accettò di sposarmi.
Nella mia vita ho avuto momenti nei quali mi deprimevo e volevo lasciar perdere tutto.
A volte esageravo con il bere… a volte con il mangiare… niente controlli, ecc… chiamiamoli momenti bui.

Caro Gianluca, grazie per aver raccontato la tua storia con sincerità. L’intera narrazione è ricca di episodi autentici, che aiutano a riflettere. Leggendo quello che hai scritto ho ripercorso anch’io qualche anno della mia vita e per questo ti ringrazio nuovamente. A te le conclusioni…

Penso che nella vita tutti abbiamo avuto dei momenti di sconforto. Un giorno però mia moglie mi disse in uno di quei momenti: Gianluca… ricordati che adesso hai una famiglia… ci siamo io e Samuele… se capita qualcosa… quindi cerca di stare bene.

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